martedì 9 Dicembre 2025

La pillola del giorno dopo Cavese-Potenza di Alfonso Pecoraro
L

In settimana, dopo la vittoria sul Foggia, ho creduto che fosse giusto continuare con De Giorgio e ho chiesto alla società di dirlo apertamente, dopo quel primo esame superato. Ma mi sono anche convinto che il silenzio stampa fosse, niente di più e niente di meno, un’ulteriore conferma che la qualificazione in Coppa e il successo in campionato non fossero bastevoli. Dopo quello che ho visto a Cava non posso che attendermi il cambio della guida tecnica. Nella mia carriera giornalistica ho vissuto esoneri per molto meno.

Lo dico a malincuore: non c’è altra soluzione. Ho lanciato messaggi al tecnico per fargli capire che avrebbe dovuto cambiare qualcosa. Ho scritto chiaramente: o cambi, o ti cambio. Quanto prodotto a Cava, se possibile, è stato pure peggio di Cosenza. Di sicuro, il peggio che potesse capitare. I limiti tecnici e caratteriali, dei singoli e del gruppo, sono apparsi chiarissimi e per di più irreversibili.

De Giorgio non ha messo in atto nulla in assoluto per poter essere difeso. Ha assistito impotente, a braccia conserte, alla debacle di chi è sceso in campo ed è sprofondato assieme a tutti gli altri. Almeno, magra consolazione, la nave non l’ha abbandonata. Ma se si fosse voluto salvare, avrebbe potuto farlo in un solo modo: cambiando il corso delle cose, prendendo posizioni dure, iniziando a fare un po’ di scelte di spessore. Ed invece no, ha acuito, ancora una volta, quello che diverse volte gli avevamo contestato: essere troppo dalla parte dei calciatori. Forse, essere ancora lui stesso un calciatore. Ed a maggior ragione in questi ultimi giorni, in cui si è fidato – sbagliando – di chi l’ha salvato dall’esonero solo qualche giorno prima di quando effettivamente avverrà.

Fiducia mal riposta, ovvio: perché se chi ha convinto la società a ritornare sui propri passi, ossia non mandarlo via dopo Cosenza (quando, lo ribadisco perché ero l’unico presente, era stato già deciso più da Donato Macchia che da Nicola), mette in campo quella prestazione scandalosa di Cava, allora la firma sotto la lettera dell’esonero dell’allenatore l’hanno messa tutti loro insieme. Da Alastra a scendere hanno solo rinviato di qualche ora quello che appariva chiaro dal 2-2 di Altamura in poi.

In questo frangente, però, bisogna dire le cose chiaramente: le responsabilità della squadra, degli pseudo campioni che hanno molto da fare per dimostrare di esserlo, sono quantomeno pari all’ostinazione e alla testardaggine di chi li ha guidati.

Ma anche la società sa di avere sbagliato, ora lo può ammettere: lo dicono i numeri tecnici (17 reti subite in trasferta, sempre in un minimo di due a partita), ma lo dice anche l’ultima decisione assunta: dare credito ai calciatori e prolungare solo di qualche settimana (perché Donato voleva cambiare già dopo Benevento) quello che avverrà ad ore.

Dopo 13 partite, ad un terzo del campionato, il tempo per rimediare c’è anche, eventualmente, per essere chiari e dire quali sono i programmi a breve termine. Anche se di qui a quando si aprirà il mercato, dove devono essere corretti gli errori fatti in unione con De Vito e quella presunzione di dire che senza Caturano, Rosafio, Verrengia, Burgio e col desaparecido Schimmenti, si potesse fare meglio dell’anno scorso, mancano ancora sei partite e gli avversari si chiamano Trapani, Salernitana, Casarano, Sorrento, Catania e Monopoli. Roba da far tremare i polsi se non si cambia registro subito.

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In settimana, dopo la vittoria sul Foggia, ho creduto che fosse giusto continuare con De Giorgio e ho chiesto alla società di dirlo apertamente, dopo quel primo esame superato. Ma mi sono anche convinto che il silenzio stampa fosse, niente di più e niente di meno, un’ulteriore conferma che la qualificazione in Coppa e il successo in campionato non fossero bastevoli. Dopo quello che ho visto a Cava non posso che attendermi il cambio della guida tecnica. Nella mia carriera giornalistica ho vissuto esoneri per molto meno.

Lo dico a malincuore: non c’è altra soluzione. Ho lanciato messaggi al tecnico per fargli capire che avrebbe dovuto cambiare qualcosa. Ho scritto chiaramente: o cambi, o ti cambio. Quanto prodotto a Cava, se possibile, è stato pure peggio di Cosenza. Di sicuro, il peggio che potesse capitare. I limiti tecnici e caratteriali, dei singoli e del gruppo, sono apparsi chiarissimi e per di più irreversibili.

De Giorgio non ha messo in atto nulla in assoluto per poter essere difeso. Ha assistito impotente, a braccia conserte, alla debacle di chi è sceso in campo ed è sprofondato assieme a tutti gli altri. Almeno, magra consolazione, la nave non l’ha abbandonata. Ma se si fosse voluto salvare, avrebbe potuto farlo in un solo modo: cambiando il corso delle cose, prendendo posizioni dure, iniziando a fare un po’ di scelte di spessore. Ed invece no, ha acuito, ancora una volta, quello che diverse volte gli avevamo contestato: essere troppo dalla parte dei calciatori. Forse, essere ancora lui stesso un calciatore. Ed a maggior ragione in questi ultimi giorni, in cui si è fidato – sbagliando – di chi l’ha salvato dall’esonero solo qualche giorno prima di quando effettivamente avverrà.

Fiducia mal riposta, ovvio: perché se chi ha convinto la società a ritornare sui propri passi, ossia non mandarlo via dopo Cosenza (quando, lo ribadisco perché ero l’unico presente, era stato già deciso più da Donato Macchia che da Nicola), mette in campo quella prestazione scandalosa di Cava, allora la firma sotto la lettera dell’esonero dell’allenatore l’hanno messa tutti loro insieme. Da Alastra a scendere hanno solo rinviato di qualche ora quello che appariva chiaro dal 2-2 di Altamura in poi.

In questo frangente, però, bisogna dire le cose chiaramente: le responsabilità della squadra, degli pseudo campioni che hanno molto da fare per dimostrare di esserlo, sono quantomeno pari all’ostinazione e alla testardaggine di chi li ha guidati.

Ma anche la società sa di avere sbagliato, ora lo può ammettere: lo dicono i numeri tecnici (17 reti subite in trasferta, sempre in un minimo di due a partita), ma lo dice anche l’ultima decisione assunta: dare credito ai calciatori e prolungare solo di qualche settimana (perché Donato voleva cambiare già dopo Benevento) quello che avverrà ad ore.

Dopo 13 partite, ad un terzo del campionato, il tempo per rimediare c’è anche, eventualmente, per essere chiari e dire quali sono i programmi a breve termine. Anche se di qui a quando si aprirà il mercato, dove devono essere corretti gli errori fatti in unione con De Vito e quella presunzione di dire che senza Caturano, Rosafio, Verrengia, Burgio e col desaparecido Schimmenti, si potesse fare meglio dell’anno scorso, mancano ancora sei partite e gli avversari si chiamano Trapani, Salernitana, Casarano, Sorrento, Catania e Monopoli. Roba da far tremare i polsi se non si cambia registro subito.

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Lo dico a malincuore: non c’è altra soluzione. Ho lanciato messaggi al tecnico per fargli capire che avrebbe dovuto cambiare qualcosa. Ho scritto chiaramente: o cambi, o ti cambio. Quanto prodotto a Cava, se possibile, è stato pure peggio di Cosenza. Di sicuro, il peggio che potesse capitare. I limiti tecnici e caratteriali, dei singoli e del gruppo, sono apparsi chiarissimi e per di più irreversibili.

De Giorgio non ha messo in atto nulla in assoluto per poter essere difeso. Ha assistito impotente, a braccia conserte, alla debacle di chi è sceso in campo ed è sprofondato assieme a tutti gli altri. Almeno, magra consolazione, la nave non l’ha abbandonata. Ma se si fosse voluto salvare, avrebbe potuto farlo in un solo modo: cambiando il corso delle cose, prendendo posizioni dure, iniziando a fare un po’ di scelte di spessore. Ed invece no, ha acuito, ancora una volta, quello che diverse volte gli avevamo contestato: essere troppo dalla parte dei calciatori. Forse, essere ancora lui stesso un calciatore. Ed a maggior ragione in questi ultimi giorni, in cui si è fidato – sbagliando – di chi l’ha salvato dall’esonero solo qualche giorno prima di quando effettivamente avverrà.

Fiducia mal riposta, ovvio: perché se chi ha convinto la società a ritornare sui propri passi, ossia non mandarlo via dopo Cosenza (quando, lo ribadisco perché ero l’unico presente, era stato già deciso più da Donato Macchia che da Nicola), mette in campo quella prestazione scandalosa di Cava, allora la firma sotto la lettera dell’esonero dell’allenatore l’hanno messa tutti loro insieme. Da Alastra a scendere hanno solo rinviato di qualche ora quello che appariva chiaro dal 2-2 di Altamura in poi.

In questo frangente, però, bisogna dire le cose chiaramente: le responsabilità della squadra, degli pseudo campioni che hanno molto da fare per dimostrare di esserlo, sono quantomeno pari all’ostinazione e alla testardaggine di chi li ha guidati.

Ma anche la società sa di avere sbagliato, ora lo può ammettere: lo dicono i numeri tecnici (17 reti subite in trasferta, sempre in un minimo di due a partita), ma lo dice anche l’ultima decisione assunta: dare credito ai calciatori e prolungare solo di qualche settimana (perché Donato voleva cambiare già dopo Benevento) quello che avverrà ad ore.

Dopo 13 partite, ad un terzo del campionato, il tempo per rimediare c’è anche, eventualmente, per essere chiari e dire quali sono i programmi a breve termine. Anche se di qui a quando si aprirà il mercato, dove devono essere corretti gli errori fatti in unione con De Vito e quella presunzione di dire che senza Caturano, Rosafio, Verrengia, Burgio e col desaparecido Schimmenti, si potesse fare meglio dell’anno scorso, mancano ancora sei partite e gli avversari si chiamano Trapani, Salernitana, Casarano, Sorrento, Catania e Monopoli. Roba da far tremare i polsi se non si cambia registro subito.

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