La pillola del giorno dopo Foggia-Potenza di Alfonso Pecoraro
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L’unica cosa che contava realmente era il risultato e la vittoria è arrivata ed è pesantissima, specie pensando che il Potenza aveva oggettivamente tutto da perdere. E lo si è capito dopo un primo tempo in cui s’è vista la sindrome del braccino corto. Troppo contratto l’undici rossoblù, poco coraggioso, troppo prudente. E’ bastato il primo tempo per comprendere il divario di valori in campo e cambiare marcia per orientare il match dalla propria parte ed evitare di perdere una grande occasione. Detto onestamente e senza offendere nessuno, questo Foggia è davvero pochissima cosa e sarebbe stato un delitto non approfittarne. Bene così.

Sulle scelte di formazione una sola considerazione: cambiare otto undicesimi della squadra travolta dal Cosenza era il minimo sindacale. De Giorgio non ha dimostrato niente a nessuno, non ha scelto perché voleva andare contro chi lo aveva criticato. Ma siamo seri. Ha cambiato la squadra che aveva preso 4 gol in casa perché non lo aveva convinto. E poi le critiche erano arrivate, per essere ancor più chiari, per il turnover fatto contro i calabresi che, a giudizio di tanti, andavano affrontati con la migliore formazione, non con i titolari fuori. Ma, probabilmente, il tecnico – a differenza di coloro i quali pensano che con tre partite ravvicinate la cosa più giusta sia cambiare nella terza – ha deciso di stravolgere la formazione nella seconda. Semmai, ma queste sono chiaramente valutazioni figlie di una serie di fattori concomitanti, ha destato stupore il sacrificio di Felippe che resta sempre un punto inamovibile della squadra, come Siatounis (che, inspiegabilmente, contro Benevento e Cosenza è partito dalla panchina), come Loiacono, come Kirwan, anche come Balzano che sta crescendo in maniera esponenziale.

Vincere aiuta a vincere e a lavorare con serenità: questi tre punti potrebbero rappresentare il punto di volta per un finale di stagione in crescendo e siano ben accetti anche per come sono venuti.

PS – una nota a margine mi sia consentita: come al solito leggo cose cervellotiche, accuse al mio modo di commentare le partite, talora anche offese che oggettivamente mi lascio scivolare addosso. Parlo a titolo strettamente personale: di tutto mi si può accusare tranne che di essere contro il Potenza, di non esserne tifoso, di non soffrire a ogni passaggio negativo molto di più di tanti altri comodamente seduti su un divano o davanti alla televisione anche quando si gioca in casa, dato che alle mie analisi tattiche, tecniche, emozionali (siano giuste o sbagliate), ci abbino pure una media di 3-4 mila chilometri all’anno. 28 anni di partite, migliaia di trasferte, ma soprattutto di mestiere (sono un giornalista professionista dal 2004, già pubblicista dal 1997) mi consegnano ben oltre il patentino di allenatore la possibilità di fare cronaca e critica, ma soprattutto di raccontare quello che vedo. Ho l’obbligo professionale e morale di dire la verità, non di nasconderla. Se il Potenza gioca bene, lo dico, se gioca male lo devo dire lo stesso, a malincuore ma lo devo dire. Non solo perché è una regola del mio mestiere, ma anche e soprattutto perché sono un giornalista libero e non sono a busta paga di nessuno. Se non lavorare sotto dettatura, se non dire sempre e comunque che è tutto bello e tutto a posto viene considerato un difetto c’è una possibilità per tutti: non seguitemi. Continuerò ugualmente a raccontare il mio Potenza come meglio riterrò opportuno, anche se dovessi restare solo.

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L’unica cosa che contava realmente era il risultato e la vittoria è arrivata ed è pesantissima, specie pensando che il Potenza aveva oggettivamente tutto da perdere. E lo si è capito dopo un primo tempo in cui s’è vista la sindrome del braccino corto. Troppo contratto l’undici rossoblù, poco coraggioso, troppo prudente. E’ bastato il primo tempo per comprendere il divario di valori in campo e cambiare marcia per orientare il match dalla propria parte ed evitare di perdere una grande occasione. Detto onestamente e senza offendere nessuno, questo Foggia è davvero pochissima cosa e sarebbe stato un delitto non approfittarne. Bene così.

Sulle scelte di formazione una sola considerazione: cambiare otto undicesimi della squadra travolta dal Cosenza era il minimo sindacale. De Giorgio non ha dimostrato niente a nessuno, non ha scelto perché voleva andare contro chi lo aveva criticato. Ma siamo seri. Ha cambiato la squadra che aveva preso 4 gol in casa perché non lo aveva convinto. E poi le critiche erano arrivate, per essere ancor più chiari, per il turnover fatto contro i calabresi che, a giudizio di tanti, andavano affrontati con la migliore formazione, non con i titolari fuori. Ma, probabilmente, il tecnico – a differenza di coloro i quali pensano che con tre partite ravvicinate la cosa più giusta sia cambiare nella terza – ha deciso di stravolgere la formazione nella seconda. Semmai, ma queste sono chiaramente valutazioni figlie di una serie di fattori concomitanti, ha destato stupore il sacrificio di Felippe che resta sempre un punto inamovibile della squadra, come Siatounis (che, inspiegabilmente, contro Benevento e Cosenza è partito dalla panchina), come Loiacono, come Kirwan, anche come Balzano che sta crescendo in maniera esponenziale.

Vincere aiuta a vincere e a lavorare con serenità: questi tre punti potrebbero rappresentare il punto di volta per un finale di stagione in crescendo e siano ben accetti anche per come sono venuti.

PS – una nota a margine mi sia consentita: come al solito leggo cose cervellotiche, accuse al mio modo di commentare le partite, talora anche offese che oggettivamente mi lascio scivolare addosso. Parlo a titolo strettamente personale: di tutto mi si può accusare tranne che di essere contro il Potenza, di non esserne tifoso, di non soffrire a ogni passaggio negativo molto di più di tanti altri comodamente seduti su un divano o davanti alla televisione anche quando si gioca in casa, dato che alle mie analisi tattiche, tecniche, emozionali (siano giuste o sbagliate), ci abbino pure una media di 3-4 mila chilometri all’anno. 28 anni di partite, migliaia di trasferte, ma soprattutto di mestiere (sono un giornalista professionista dal 2004, già pubblicista dal 1997) mi consegnano ben oltre il patentino di allenatore la possibilità di fare cronaca e critica, ma soprattutto di raccontare quello che vedo. Ho l’obbligo professionale e morale di dire la verità, non di nasconderla. Se il Potenza gioca bene, lo dico, se gioca male lo devo dire lo stesso, a malincuore ma lo devo dire. Non solo perché è una regola del mio mestiere, ma anche e soprattutto perché sono un giornalista libero e non sono a busta paga di nessuno. Se non lavorare sotto dettatura, se non dire sempre e comunque che è tutto bello e tutto a posto viene considerato un difetto c’è una possibilità per tutti: non seguitemi. Continuerò ugualmente a raccontare il mio Potenza come meglio riterrò opportuno, anche se dovessi restare solo.

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L’unica cosa che contava realmente era il risultato e la vittoria è arrivata ed è pesantissima, specie pensando che il Potenza aveva oggettivamente tutto da perdere. E lo si è capito dopo un primo tempo in cui s’è vista la sindrome del braccino corto. Troppo contratto l’undici rossoblù, poco coraggioso, troppo prudente. E’ bastato il primo tempo per comprendere il divario di valori in campo e cambiare marcia per orientare il match dalla propria parte ed evitare di perdere una grande occasione. Detto onestamente e senza offendere nessuno, questo Foggia è davvero pochissima cosa e sarebbe stato un delitto non approfittarne. Bene così.

Sulle scelte di formazione una sola considerazione: cambiare otto undicesimi della squadra travolta dal Cosenza era il minimo sindacale. De Giorgio non ha dimostrato niente a nessuno, non ha scelto perché voleva andare contro chi lo aveva criticato. Ma siamo seri. Ha cambiato la squadra che aveva preso 4 gol in casa perché non lo aveva convinto. E poi le critiche erano arrivate, per essere ancor più chiari, per il turnover fatto contro i calabresi che, a giudizio di tanti, andavano affrontati con la migliore formazione, non con i titolari fuori. Ma, probabilmente, il tecnico – a differenza di coloro i quali pensano che con tre partite ravvicinate la cosa più giusta sia cambiare nella terza – ha deciso di stravolgere la formazione nella seconda. Semmai, ma queste sono chiaramente valutazioni figlie di una serie di fattori concomitanti, ha destato stupore il sacrificio di Felippe che resta sempre un punto inamovibile della squadra, come Siatounis (che, inspiegabilmente, contro Benevento e Cosenza è partito dalla panchina), come Loiacono, come Kirwan, anche come Balzano che sta crescendo in maniera esponenziale.

Vincere aiuta a vincere e a lavorare con serenità: questi tre punti potrebbero rappresentare il punto di volta per un finale di stagione in crescendo e siano ben accetti anche per come sono venuti.

PS – una nota a margine mi sia consentita: come al solito leggo cose cervellotiche, accuse al mio modo di commentare le partite, talora anche offese che oggettivamente mi lascio scivolare addosso. Parlo a titolo strettamente personale: di tutto mi si può accusare tranne che di essere contro il Potenza, di non esserne tifoso, di non soffrire a ogni passaggio negativo molto di più di tanti altri comodamente seduti su un divano o davanti alla televisione anche quando si gioca in casa, dato che alle mie analisi tattiche, tecniche, emozionali (siano giuste o sbagliate), ci abbino pure una media di 3-4 mila chilometri all’anno. 28 anni di partite, migliaia di trasferte, ma soprattutto di mestiere (sono un giornalista professionista dal 2004, già pubblicista dal 1997) mi consegnano ben oltre il patentino di allenatore la possibilità di fare cronaca e critica, ma soprattutto di raccontare quello che vedo. Ho l’obbligo professionale e morale di dire la verità, non di nasconderla. Se il Potenza gioca bene, lo dico, se gioca male lo devo dire lo stesso, a malincuore ma lo devo dire. Non solo perché è una regola del mio mestiere, ma anche e soprattutto perché sono un giornalista libero e non sono a busta paga di nessuno. Se non lavorare sotto dettatura, se non dire sempre e comunque che è tutto bello e tutto a posto viene considerato un difetto c’è una possibilità per tutti: non seguitemi. Continuerò ugualmente a raccontare il mio Potenza come meglio riterrò opportuno, anche se dovessi restare solo.

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