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Gennaro Esposito, un capitano da Serie A

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Nome che indica il suo essere orgogliosamente partenopeo, fede calcistica compresa, sguardo consapevole e furbo o, per meglio dire, “cazzimmoso”. Modi orgogliosi, stile fiero ma educato, carattere schivo ma diretto quel tanto che serve per farti capire, senza troppi indugi, quando non gli sei particolarmente simpatico. Chi lo conosce dice di lui un gran bene, chi non lo conosce lo immagina, chi lo vede giocare in campo lo giudica. Parliamo di Gennaro Esposito “il capitano”. Il capitano forse mai troppo amato, forse perché: “ma dai, ma uno che ha giocato in serie A non può sbagliare quel passaggio”, oppure perchè: “ma jà, ma solo perché ha giocato in serie A crede di potersi permettere di non correr in campo?”. In effetti in serie A c’ha giocato, “il capitano”, ma non stiamo qui ad elencare la sua importante carriera trascorsa sul prato verde.

Il senso di questo articolo parte da domenica scorsa, dalla sconfitta di Francavilla e da quanto sia pesata la sua assenza dal primo minuto e da quanto ne abbia risentito il gioco in fase di costruzione della manovra. Senza voler entrare nel merito della gara, lasciando le valutazioni tecniche e tattiche sulle cause della dèbacle a chi fa il mister di professione (nonché a tutti gli altri 30 milioni di tecnici che sono sparsi per il Bel Paese, me compreso). Quello che più di tutto mi ha stupito, facendo la telecronaca della partita, è stato il trovare conferma del mio pensiero. Da inizio campionato, sentendo le critiche rivolte ad Esposito, mi domandavo davvero a cosa in particolare si riferissero i tifosi e i non-tifosi, quale colpa gli attribuissero. Io da amante del calcio rivedo in lui tutte le caratteristiche del regista. Quelle capacità cognitive indispensabili per un centrocampista che gli permettono di effettuare delle valutazioni sui possibili esiti della manovra avversaria, leggendo in anticipo i movimenti nello spazio intorni a sé, permettendogli di diminuire il tempo di reazione tra pensiero e lancio o passaggio. Questo lo rende leader del gruppo e riferimento della squadra, grazie soprattutto alla sua propensione nel saper trasmettere fiducia e tranquillità ai compagni. Ma quando queste cose le sai fare, quando queste doti le possiedi, quando durante ogni partita, proprio in virtù della fiducia e della leadership acquisita sul campo, ricevi 80 palloni giocabili ed effettui 74 passaggi precisi, si crea quella logica – poco riconoscente – che rende quel gesto scontato. Ed allora, al primo passaggio sbagliato, partono gli “ma jà”, “ma chi ti credi di essere?”.
Intanto Esposito assume di fatto il ruolo di allenatore in campo, facendosi ascoltare dai compagni, dettando movimenti prima con le parole e poi con i gesti e con le doti tecniche, scalando lateralmente verso la zona della palla in fase di non possesso, trasformando l’azione da difensiva in offensiva: comportandosi, in definitiva come un regista.
La prima volta che, quest’anno, l’ho visto assumere questo ruolo è stato ad inizio stagione, quando il Potenza era ancora un “cantiere”: arrivavano tanti giocatori nuovi che non si conoscevano e che per la prima volta iniziavano ad allenarsi insieme cercando quel feeling e quel senso di appartenenza ad un progetto calcistico che li ha portati, poi, ai risultati straordinari che attendono solo il giusto coronamento. In quella circostanza, però, i rossoblù non erano in campo ma si trovavano a cena dopo i pesanti allenamenti del ritiro, ed io mi intrufolai nel ristorante per fare qualche foto ai nuovi arrivati. La squadra aveva finito di mangiare e capitan Esposito, dopo essersi assicurato che tutti avevano concluso il pasto, si rivolse alla tavolata e invitò tutti ad alzarsi e ad andare via. Fu un gesto che nella sua assoluta semplicità racchiudeva la garbata autorevolezza del leader, del capitano.
Ed allora, capitano, continua ed essere come sei. A non piacere se serve. Continua a tirarti su il cappuccio e a fiondarti via dagli spogliatoi a capo basso per non essere “infastidito” da noi giornalisti. Continua ed essere come se, tanto, a fine campionato, quando arriverà il momento dell’esultanza (sono consentiti gesti apotropaici), allora tutti, ma dico proprio tutti, compresi quelli che ti hanno criticato, esulteranno con te. E in quell’occasione tu li capirai ed esulterai con loro perché conosci perfettamente come sono fatti i tifosi: sanno amarti, odiarti, criticarti ed esaltarti ma non smetteranno mai di sostenerti. Perché in definitiva, tu, queste dinamiche, dall’alto della tua esperienza, le conosci bene. Non a caso hai giocato in serie A!