L’eccessiva paura di perdere qualche giocatore in vista della finale di Coppa rischia di diventare un boomerang per De Giorgio, oggi distante 11 punti dal sesto posto (obiettivo minimo per migliorare il piazzamento dell’anno scorso) e fuori di tre lunghezze dalla zona playoff. E se un tecnico giovane e ambizioso si mette paura di osare, non è certo una cosa buona. Non solo per sé, ma anche per la squadra, alla quale è come se gli si concedessero alibi per non metterci le gambe. Tanto c’è la Coppa, come se l’avesse ordinato il dottore che la si vincerà senza dubbio.
E’ con questa premessa che in campo scende una squadra impaurita, spaventata e in balia dell’avversario che, oggettivamente, sarebbe stato più forte anche se il Potenza avesse giocato con i titolari.
Invece il mister questa volta si è inventato un miscuglio vero e proprio: ha cambiato la difesa che in tre partite aveva preso solo un gol con il Benevento, e rispetto a questa penultima sfida, ha cambiato pure tutti e tre gli attaccanti (D’Auria-Murano-Mazzeo) che, al contrario, erano sembrati abbastanza in palla, specie nel primo tempo contro la capolista. Per non dire della confusione in mezzo, dove Siatounis non si sa perchè non gioca più. Primo tempo in balia dell’avversario, inspiegabilmente nessun cambio se non al 18’ della ripresa, quando ormai era troppo tardi. La confusione è apparsa abbastanza chiara, per cui è persino inutile continuare a sparare sulla croce rossa. Guardiamo avanti.
Il lunghissimo conciliabolo tra Nicola Macchia, il tecnico e il ds non è stato un buon segnale. L’allenatore è stato sostanzialmente protetto e non è stato mandato in sala stampa, dove però il direttore ha evidenziato più volte l’importanza dello schiaffo subito per trovare una reazione. Ma in questo momento, il direttore e la società non sono responsabili di nulla. La famiglia Macchia ha messo altri soldi per rinforzare una squadra che faceva acqua, il direttore ha provveduto con Kirwan, Loiacono e Murano e hanno messo tutto in mano all’allenatore che, per ora, ha sbagliato nella gestione. D’ora in poi non ne potrà fare più di errori. E se li farà ancora, se ha rischiato e si è giocato tutte le sue carte, allora potrà essere anche assolto. In caso contrario no.
Per cui, a maggior ragione che questa volta è uscito dal campo non tra gli applausi (come accadde dopo l’1-5 col Trapani), ma con l’invito rivolto a tutti di tirare fuori gli attributi, che li si caccino fuori a cominciare da lui. Che deve avere più coraggio in tutto e iniziare a pensare più al bene del Potenza che a quello dei singoli. A Foggia il prossimo appello, tocca a lui fare in modo da non doversi presentare davanti alla Cassazione (che è Donato Macchia), perché di fronte a quella non ci sono sconti e, soprattutto, le sentenze diventano definitive.





