Di Sergio Ragone – Si vive per una notte così. Si può aspettare anche una vita intera per una notte così. Chi ama lo sport, chi ama il calcio, sa che queste notti sono le uniche per le quali conta vivere. Per raccontarle, per non dimenticarle. Il Potenza vince per la prima volta la Coppa Italia, lo fa in serie C, nella sua categoria, contro il Latina. Lo fa dopo aver vissuto l’inferno delle retrocessioni, con un passato fatto di ombre e fallimenti, tribune vuote e delusioni, il calcio nei campi della serie D e quello delle nobili di provincia. Vince con la forza della passione, con la spinta che solo una grande storia centenaria sa imprimere nelle gambe: un’energia straordinaria che non è solo sangue nei muscoli e fiato nei polmoni ma peso sulle spalle e senso di responsabilità nei confronti di una comunità più grande di una curva e più importante dei destini dei singoli. Garra, grinta, voglia di lottare su ogni pallone, controllo intelligente del campo e poi la sofferenza, inevitabile salita per chi vuol guardare dall’alto l’orizzonte. La cavalcata vincente del Potenza riconcilia con il calcio vero, quello che è fatto di campi verdi, spalti, cuori e liturgie, mistica e mitologia. Restituisce poesia anche lì dove il pallone si fa cinismo e contabilità, calcolo e gestione, canto e discanto.
Non è mai solo calcio, quando in campo scende una città intera. Non è mai solo calcio, quando sugli spalti siedono il figlio che è rimasto e il padre che ha pensato mille volte di andarsene. Non è mai solo calcio quando dalla curva parte un coro in dialetto e quel dialetto è una lingua che resiste, che non cede, che rivendica il diritto di esistere anche fuori dai libri e dai musei. Il Potenza non ha vinto solo una coppa. Ha vinto qualcosa che non si iscrive nei tabellini e non si misura nei gol: ha vinto per tutti quelli che sono rimasti, per chi ha scelto questa terra difficile e bellissima sapendo che sceglierla costa. C’è qualcuno che ha scritto che tutto quello che sapeva della morale e degli obblighi degli uomini lo aveva imparato nel calcio. Lo diceva Albert Camus, che in porta ci stava davvero, e che veniva da una terra povera e assolata che il mondo guardava da lontano. Certi insegnamenti arrivano solo dal campo.
Potenza è una città che ha il senso delle cose che durano. Le pietre, le radici, la memoria lunga. Una città che non si racconta facilmente, che diffida delle parole facili e delle promesse brevi. Che sa aspettare. E quando qualcosa di bello accade lo accoglie con la stessa serietà con cui custodisce tutto il resto: senza esagerare, senza dimenticare da dove viene. Johan Huizinga, storico olandese che scrisse il libro più bello sul gioco che sia mai stato scritto, sosteneva che l’uomo è tale non quando lavora o prega, ma quando gioca. L’Homo ludens, l’uomo che gioca, è l’uomo più libero, quello che per qualche ora si sottrae al peso della necessità. Uno stadio, in questo senso, non è uno spazio dello svago. È uno spazio della libertà.
La vittoria del Potenza dunque non come riscatto da qualcosa di sbagliato, ma come conferma di qualcosa che c’è sempre stato. Le comunità umane hanno sempre avuto bisogno di un rito collettivo attorno a cui stringersi. Lo sapevano i Greci, che nel teatro mettevano in scena le loro paure più grandi davanti a migliaia di persone. Lo sapevano, e lo sanno ancora, le città medievali nelle loro feste patronali, quando per un giorno il santo e il popolo diventavano la stessa cosa. Lo sa ancora oggi una curva che canta, un padre che urla, una città che trattiene il respiro sui calci di rigore. È un segnale. La prova che si può costruire qualcosa di solido anche qui, quando un progetto ed una visione più grande riescono a trasformare l’impossibile in reale. Perché certi sogni si avverano solo quando c’è qualcuno disposto a tenerli in piedi anche quando altri hanno smesso di crederci. Il calcio, quando è autentico, porta il peso di tutto questo e di quello che una comunità non riesce a dire altrimenti. È il linguaggio delle cose senza altre parole. Quella coppa alzata sotto i riflettori non è un trofeo, è una risposta. A chi se n’è andato e guarda da lontano con gli occhi lucidi. A chi è rimasto e aveva bisogno di una ragione in più. A chi non c’è più ma ha tifato per questa maglia quando la maglia non sudava più. Perché questa nostra terra lucana, ancora una volta si dimostra essere il luogo ideale, del possibile, del futuribile. Perché non è mai solo calcio. Mai.
Potenza, una notte così per fare la storia | Di Sergio RagoneP
Di Sergio Ragone – Si vive per una notte così. Si può aspettare anche una vita intera per una notte così. Chi ama lo sport, chi ama il calcio, sa che queste notti sono le uniche per le quali conta vivere. Per raccontarle, per non dimenticarle. Il Potenza vince per la prima volta la Coppa Italia, lo fa in serie C, nella sua categoria, contro il Latina. Lo fa dopo aver vissuto l’inferno delle retrocessioni, con un passato fatto di ombre e fallimenti, tribune vuote e delusioni, il calcio nei campi della serie D e quello delle nobili di provincia. Vince con la forza della passione, con la spinta che solo una grande storia centenaria sa imprimere nelle gambe: un’energia straordinaria che non è solo sangue nei muscoli e fiato nei polmoni ma peso sulle spalle e senso di responsabilità nei confronti di una comunità più grande di una curva e più importante dei destini dei singoli. Garra, grinta, voglia di lottare su ogni pallone, controllo intelligente del campo e poi la sofferenza, inevitabile salita per chi vuol guardare dall’alto l’orizzonte. La cavalcata vincente del Potenza riconcilia con il calcio vero, quello che è fatto di campi verdi, spalti, cuori e liturgie, mistica e mitologia. Restituisce poesia anche lì dove il pallone si fa cinismo e contabilità, calcolo e gestione, canto e discanto.
Non è mai solo calcio, quando in campo scende una città intera. Non è mai solo calcio, quando sugli spalti siedono il figlio che è rimasto e il padre che ha pensato mille volte di andarsene. Non è mai solo calcio quando dalla curva parte un coro in dialetto e quel dialetto è una lingua che resiste, che non cede, che rivendica il diritto di esistere anche fuori dai libri e dai musei. Il Potenza non ha vinto solo una coppa. Ha vinto qualcosa che non si iscrive nei tabellini e non si misura nei gol: ha vinto per tutti quelli che sono rimasti, per chi ha scelto questa terra difficile e bellissima sapendo che sceglierla costa. C’è qualcuno che ha scritto che tutto quello che sapeva della morale e degli obblighi degli uomini lo aveva imparato nel calcio. Lo diceva Albert Camus, che in porta ci stava davvero, e che veniva da una terra povera e assolata che il mondo guardava da lontano. Certi insegnamenti arrivano solo dal campo.
Potenza è una città che ha il senso delle cose che durano. Le pietre, le radici, la memoria lunga. Una città che non si racconta facilmente, che diffida delle parole facili e delle promesse brevi. Che sa aspettare. E quando qualcosa di bello accade lo accoglie con la stessa serietà con cui custodisce tutto il resto: senza esagerare, senza dimenticare da dove viene. Johan Huizinga, storico olandese che scrisse il libro più bello sul gioco che sia mai stato scritto, sosteneva che l’uomo è tale non quando lavora o prega, ma quando gioca. L’Homo ludens, l’uomo che gioca, è l’uomo più libero, quello che per qualche ora si sottrae al peso della necessità. Uno stadio, in questo senso, non è uno spazio dello svago. È uno spazio della libertà.
La vittoria del Potenza dunque non come riscatto da qualcosa di sbagliato, ma come conferma di qualcosa che c’è sempre stato. Le comunità umane hanno sempre avuto bisogno di un rito collettivo attorno a cui stringersi. Lo sapevano i Greci, che nel teatro mettevano in scena le loro paure più grandi davanti a migliaia di persone. Lo sapevano, e lo sanno ancora, le città medievali nelle loro feste patronali, quando per un giorno il santo e il popolo diventavano la stessa cosa. Lo sa ancora oggi una curva che canta, un padre che urla, una città che trattiene il respiro sui calci di rigore. È un segnale. La prova che si può costruire qualcosa di solido anche qui, quando un progetto ed una visione più grande riescono a trasformare l’impossibile in reale. Perché certi sogni si avverano solo quando c’è qualcuno disposto a tenerli in piedi anche quando altri hanno smesso di crederci. Il calcio, quando è autentico, porta il peso di tutto questo e di quello che una comunità non riesce a dire altrimenti. È il linguaggio delle cose senza altre parole. Quella coppa alzata sotto i riflettori non è un trofeo, è una risposta. A chi se n’è andato e guarda da lontano con gli occhi lucidi. A chi è rimasto e aveva bisogno di una ragione in più. A chi non c’è più ma ha tifato per questa maglia quando la maglia non sudava più. Perché questa nostra terra lucana, ancora una volta si dimostra essere il luogo ideale, del possibile, del futuribile. Perché non è mai solo calcio. Mai.
Potenza, una notte così per fare la storia | Di Sergio RagoneP
Di Sergio Ragone – Si vive per una notte così. Si può aspettare anche una vita intera per una notte così. Chi ama lo sport, chi ama il calcio, sa che queste notti sono le uniche per le quali conta vivere. Per raccontarle, per non dimenticarle. Il Potenza vince per la prima volta la Coppa Italia, lo fa in serie C, nella sua categoria, contro il Latina. Lo fa dopo aver vissuto l’inferno delle retrocessioni, con un passato fatto di ombre e fallimenti, tribune vuote e delusioni, il calcio nei campi della serie D e quello delle nobili di provincia. Vince con la forza della passione, con la spinta che solo una grande storia centenaria sa imprimere nelle gambe: un’energia straordinaria che non è solo sangue nei muscoli e fiato nei polmoni ma peso sulle spalle e senso di responsabilità nei confronti di una comunità più grande di una curva e più importante dei destini dei singoli. Garra, grinta, voglia di lottare su ogni pallone, controllo intelligente del campo e poi la sofferenza, inevitabile salita per chi vuol guardare dall’alto l’orizzonte. La cavalcata vincente del Potenza riconcilia con il calcio vero, quello che è fatto di campi verdi, spalti, cuori e liturgie, mistica e mitologia. Restituisce poesia anche lì dove il pallone si fa cinismo e contabilità, calcolo e gestione, canto e discanto.
Non è mai solo calcio, quando in campo scende una città intera. Non è mai solo calcio, quando sugli spalti siedono il figlio che è rimasto e il padre che ha pensato mille volte di andarsene. Non è mai solo calcio quando dalla curva parte un coro in dialetto e quel dialetto è una lingua che resiste, che non cede, che rivendica il diritto di esistere anche fuori dai libri e dai musei. Il Potenza non ha vinto solo una coppa. Ha vinto qualcosa che non si iscrive nei tabellini e non si misura nei gol: ha vinto per tutti quelli che sono rimasti, per chi ha scelto questa terra difficile e bellissima sapendo che sceglierla costa. C’è qualcuno che ha scritto che tutto quello che sapeva della morale e degli obblighi degli uomini lo aveva imparato nel calcio. Lo diceva Albert Camus, che in porta ci stava davvero, e che veniva da una terra povera e assolata che il mondo guardava da lontano. Certi insegnamenti arrivano solo dal campo.
Potenza è una città che ha il senso delle cose che durano. Le pietre, le radici, la memoria lunga. Una città che non si racconta facilmente, che diffida delle parole facili e delle promesse brevi. Che sa aspettare. E quando qualcosa di bello accade lo accoglie con la stessa serietà con cui custodisce tutto il resto: senza esagerare, senza dimenticare da dove viene. Johan Huizinga, storico olandese che scrisse il libro più bello sul gioco che sia mai stato scritto, sosteneva che l’uomo è tale non quando lavora o prega, ma quando gioca. L’Homo ludens, l’uomo che gioca, è l’uomo più libero, quello che per qualche ora si sottrae al peso della necessità. Uno stadio, in questo senso, non è uno spazio dello svago. È uno spazio della libertà.
La vittoria del Potenza dunque non come riscatto da qualcosa di sbagliato, ma come conferma di qualcosa che c’è sempre stato. Le comunità umane hanno sempre avuto bisogno di un rito collettivo attorno a cui stringersi. Lo sapevano i Greci, che nel teatro mettevano in scena le loro paure più grandi davanti a migliaia di persone. Lo sapevano, e lo sanno ancora, le città medievali nelle loro feste patronali, quando per un giorno il santo e il popolo diventavano la stessa cosa. Lo sa ancora oggi una curva che canta, un padre che urla, una città che trattiene il respiro sui calci di rigore. È un segnale. La prova che si può costruire qualcosa di solido anche qui, quando un progetto ed una visione più grande riescono a trasformare l’impossibile in reale. Perché certi sogni si avverano solo quando c’è qualcuno disposto a tenerli in piedi anche quando altri hanno smesso di crederci. Il calcio, quando è autentico, porta il peso di tutto questo e di quello che una comunità non riesce a dire altrimenti. È il linguaggio delle cose senza altre parole. Quella coppa alzata sotto i riflettori non è un trofeo, è una risposta. A chi se n’è andato e guarda da lontano con gli occhi lucidi. A chi è rimasto e aveva bisogno di una ragione in più. A chi non c’è più ma ha tifato per questa maglia quando la maglia non sudava più. Perché questa nostra terra lucana, ancora una volta si dimostra essere il luogo ideale, del possibile, del futuribile. Perché non è mai solo calcio. Mai.





